Archivio della categoria: Interviste

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(G)round – Parlano gli autori

Gli autori di (G)round, Ofelia Catanea e Roberto Di Tanna, sono stati affiancati in fase di lavorazione da Andrea Leanza. Sul progetto c’è un’opzione di Mood Film.

Come avete lavorato in questi mesi?

Ofelia: Prima di tutto abbiamo cercato di perfezionare la storia seguendo tutte le indicazioni che ci sono state date qui al FictionLab. L’apporto di Andrea, poi, è stato importante perché il suo sguardo sul mondo che Roberto ed io avevamo creato era, in un certo senso, vergine.

Come è nata la collaborazione con Andrea?

Ofelia: Ci conoscevamo già e quando i tutor ci hanno prospettato l’ipotesi che venissimo affiancati da uno sceneggiatore più esperto, è stato naturale pensare a lui, anche perché Andrea in passato aveva già collaborato anche con Tommaso (Tommaso Arrighi di Mood  Film n.d.r.) che in Ground ci ha creduto fin dal primo istante.

Andrea: Il soggetto di Ground è fulminante. Non appena l’ho letto ho pensato: “Una storia di fantascienza per la tv italiana? E quando mi ricapita?”. Perciò sono ben felice di partecipare all’impresa. Per me si tratta di un investimento professionale, ma lo faccio volentieri perché conosco Tommaso, so come lavora, e confido che tutta questa semina produca presto un buon raccolto.

Andiamo nel dettaglio: come si sta evolvendo il vostro progetto?

Roberto: Stefano Sardo, il nostro tutor, ci aveva suggerito di lavorare su 12 snodi narrativi forti, tanti quante sono gli episodi che abbiamo ipotizzato per la prima stagione, ma prima di farlo abbiamo dovuto necessariamente concentrarci sui personaggi sui quali abbiamo fatto un lavoro di approfondimento anche per capire quali storie raccontare.

Ofelia: Inevitabilmente abbiamo dovuto cambiare alcune cose rispetto al pitch che abbiamo fatto a dicembre. Anzii, direi che abbiamo cambiato praticamente tutto… Le uniche cose che sono sopravvissute dell’idea originale sono ovviamente gli alieni a Valserà e la protagonista femminile.

Andrea: Be’, se fossero cambiati anche loro sarebbe stato un guaio!

Roberto: Comunque il progetto è migliorato in questi mesi, è diventato qualcosa, ha preso forma. Ora si sente che sta diventando una serie.

Qual è il vostro obiettivo di questo secondo workshop?

Ofelia: Arrivare al terzo workshop, quello di fine aprile, con le idee più chiare su tutto, pronti ad affrontare il fuoco di fila dei tutor che qui al FIctionLAb sono agguerritissimi.

Come giudicate fin qui questa esperienza?

Ofelia: Molto positiva. Durante il primo workshop, grazie al lavoro sul pitch e alla guida sapiente dei tutor, abbiamo definito meglio il concept della nostra serie in un clima incredibile di collaborazione con gli altri autori.

Roberto: Sì, quello che ci ha sorpreso e continua a sorprenderci è proprio l’assenza di competizione, nonostante alla fine questa sia una gara. Magari ad aprile ci scanneremo, non lo so…

Andrea:  Io non ho vissuto le emozioni del primo workshop, ma per quello che ho visto qui penso sia un’esperienza molto formativa.  Se proprio devo trovare qualcosa che non va… Non mi aspettavo una nuova sessione di pitch. Ecco, quello mi ha un po’ spiazzato. Forse ha anche sottratto tempo ed energie al brain storming e alla scrittura, ma alla fine a prevalere sono le sensazioni positive generate proprio da questo confronto continuo.

Roberto: Comunque possiamo dirlo senza timore di smentita: il FictionLAb è un’esperienza unica. Da ripetere e possibilmente istituzionalizzare!

 

 

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Salgemma – Parla l’autore

Giambattista Avellino ci parla dello sviluppo del suo progetto seriale, Salgemma.

Come sta andando il lavoro?

Mi beccate nella fase di decostruzione massima per cui il rischio è che le mie risposte non siano del tutto entusiastiche. Però un po’ di entusiasmo vorrei dimostrarlo per questa bellissima iniziativa che è il FictionLab. Si tratta di un’esperienza eccezionale, quasi unica. Normalmente nel nostro lavoro siamo molto isolati, è raro che ci siano momenti di discussione e condivisione così intensi. Qui invece lo scambio è continuo. Paradossalmente anche la forte competizione che c’è stata durante il primo workshop, dove sapevamo già che alcuni di noi sarebbero stati esclusi, ha creato un’unità di intenti.

Hai trovato molte differenze tra l’approccio del FictionLab e la tua esperienza di professionista?

Un altro mondo. In condizioni di lavoro “normali”, uno incontra gli editor di rete ed è con loro che si confronta, ma a volte è un meccanismo avvilente perché le osservazioni che vengono mosse sono dettate da parametri che nulla o quasi hanno a che vedere con la creazione delle storie. Qui invece il lavoro comune ci ha connesso, gli standard richiesti sono alti e questi sono tutti sintomi della qualità di questa iniziativa.

Ok, abbiamo capito che il FictionLab ti è piaciuto, ma parliamo un po’ di Salgemma. Ti va?

Ho scritto e riscritto più volte, come è giusto che sia, ed è stato un lavoro piuttosto faticoso. Il pitch di dicembre non mi aveva soddisfatto pienamente, anzi… E non sarei sincero se dicessi che non ho incontrato difficoltà nello sviluppo della mia storia. In questo momento, in particolare, sto attraversando un’impasse. Gli stimoli e le suggestioni che stanno arrivando qui, nel corso di questo secondo workshop, non sono così fertili per me. Talvolta ho la sensazione che questo lavoro di maieutica che facciamo con i tutor e gli altri sceneggiatori mi costringa a cambiare troppo la natura del mio progetto. Come se la storia stesse andando tutta da un’altra parte. Ed io ovviamente faccio molta resistenza perché sono legato all’idea originaria… Nonostante ciò sono contento di trovarmi in difficoltà. Probabilmente questa è la tempesta attraverso la quale devo necessariamente passare per poter raggiungere la meta.

Cos’è che ancora non ti convince del tuo progetto?

So di avere un problema col protagonista mentre sull’arco narrativo sento di avere già trovato la quadra. Invece c’è questo grande punto interrogativo sul protagonista… Un problema interno al personaggio che devo risolvere a tutti i costi.

Pensi sia questo il tuo obiettivo di questo secondo workshop?

Sì, penso di sì. Ammesso che poi, nel corso della scrittura, non insorgano altri problemi… Ma sono fiducioso di fare un buon lavoro e arrivare al terzo e ultimo workshop del 24,25 e 26 aprile con le idee più chiare di adesso.

 

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Questa la tagliamo al montaggio – Parlano gli autori

Marco Campogiani è stato affiancato da Tommaso Capolicchio nel corso dello sviluppo di “Questa la tagliamo al montaggio”.

Ci raccontate come è andata la vostra collaborazione fin qui?

Tommaso: Prima di tutto abbiamo fatto conoscenza. Che è importante, no?

Marco: Fondamentale, direi.

Quindi non vi conoscevate prima?

Marco: No, non avevamo mai lavorato insieme.

Tommaso: Siamo stati messi in relazione perché in passato io ho scritto diversi “family”, e i tutor del FictionLAb hanno pensato che potessi dare una mano a Marco nello sviluppo del soggetto di QLTAM. Siccome la storia mi piace ho accettato volentieri.

Come si è svolto il lavoro in questi mesi?

Marco: Abbiamo lavorato prima sui personaggi, che erano un po’ carenti, e poi sullo sviluppo della linea orizzontale.

Tommaso: Io sintetizzo il lavoro di questi mesi in quattro parole: Sforzo Di Serializzazione Massima. La difficoltà, lavorando su un formato da 50′, è che non possiamo affidarci unicamente alla comicità nuda e cruda da sitcom, ma dobbiamo sforzarci di lavorare su un impianto narrativo diverso, che abbia un respiro più ampio.

Si dice che scrivere il comico sia la cosa più difficile di tutte.  Voi che ne pensate?

Marco: “Difficile” è un eufemismo. Far ridere è complicatissimo. A volte anche noi durante la lavorazione ci siamo un po’ persi per strada, ci guardavamo e ci dicevamo: “Siamo sicuri che questa roba faccia ridere?”. E ho anche notato che all’inizio ci divertivamo di più noi. Il nostro divertimento era il vero  motore della scrittura… Poi man mano che entravamo nei meandri della storia ridevamo molto meno… E ad un certo punto siamo diventati seriosissimi!

Tommaso: Sì, ma avere dubbi e rimuginare, scrivendo, è un po’ inevitabile. Prima di riuscire a far ridere bisogna che le cose sulla carta funzionino sotto altri punti di vista che hanno a che fare con psicologie dei personaggi, plausibilità, strutture narrative… Quando arriveremo a scrivere la sceneggiatura sono sicuro che recupereremo il nostro divertimento.

Qual è il vostro obiettivo di questo secondo workshop?

Marco: Ricevere un feedback positivo rispetto al lavoro che stiamo facendo sarebbe importante. Poi io sono molto ansioso, quindi…

Tommaso: Non sono ansioso quanto lui ma condivido quello che dice: quando scrivi non è raro andare a tentoni, come quando ti muovi nell’oscurità. Avere accanto qualcuno che ogni tanto accende una piccola torcia e ti aiuta a non andare a sbattere sugli spigoli è importante. Per questo credo che l’opportunità che abbiamo qui di confrontarci costantemente con professionisti bravi e preparati sia un’occasione da sfruttare fino in fondo.

Esperienza positiva, quindi, questa del FictionLAb?

Tommaso: Non è la prima volta che partecipo a workshop del genere. Il vantaggio vero è che qui al FictionLab siamo tutti sceneggiatori e quindi parliamo tutti la stessa lingua, il che non è poco.

Marco: Esperienza molto positiva. Queste giornate torinesi sono più che mai intense. Il primo workshop in particolare mi ha colpito per la tensione continua, probabilmente dovuta al fatto che avremmo dovuto cimentarci con il pitch. E il pitch, ragazzi, è stato una fatica… Sarà che io sono molto ansioso… L’ho già detto che sono ansioso?

 

 

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Aurora – Parlano gli autori

Gli autori di “Aurora”, Andrea Nobile, Antonella Lattanzi e Leonardo D’Agostini, ci raccontano della loro esperienza al FictionLAb e dello sviluppo del loro progetto, opzionato da Publispei.

Come si è svolto il vostro lavoro in questi mesi?

Andrea: Ci siamo concentrati innanzitutto sui personaggi. Il problema di “Aurora”, se così lo possiamo definire, è che, fin dalla sua concezione, sembrava un film e non una serie. C’era dunque l’esigenza di costruire personaggi che generassero storie e che lo facessero in un arco temporale più lungo e più complesso rispetto a quello di un film.

Antonella: Siamo in pieno work in progress, ma le giornate qui al FictionLab ci hanno consentito quanto meno di avere un quadro della situazione meno offuscato.

E operativamente, invece? Sappiamo che c’è un’opzione da parte di Publispei, state già discutendo con la produzione?

Leonardo: Abbiamo fatto diverse riunioni con loro. Chiaramente è molto diverso lavorare quando hai un referente rispetto a quando il referente non ce l’hai…  Nel frattempo abbiamo continuato a confrontarci anche con Nicola Lusuardi, il nostro tutor qui al FictionLab, per capire quale fosse la direzione giusta da seguire.

Come si sta evolvendo “Aurora” rispetto al pitch di dicembre?

Andrea: Inevitabilmente è cambiato tutto.

Tutto?

Andrea: Tutto. Ma è naturale, e anche bello, che sia così.

Antonella: Del pilota che avevamo scritto non c’è più traccia. Potremmo dire che è sopravvissuto solo lo scheletro dell’idea originaria.

Qual è il vostro obiettivo di questo secondo workshop?

Leonardo: Vogliamo arrivare ad una definizione dell’arco narrativo stagionale che ci soddisfi in pieno.

Andrea: Siamo in una fase in cui sappiamo perfettamente cosa dobbiamo fare e dove dobbiamo andare, dobbiamo solo farlo.

Come giudicate fin qui l’esperienza del FictionLAb?

Andrea: Troppo breve. Tre giorni sono pochi, dovrebbe essere strutturato in maniera diversa, i vari workshop dovrebbero durare almeno una settimana… Ma mi rendo conto che forse è un po’ complicato da organizzare.

Antonella: Ascoltare le opinioni degli altri è importante, ma ha ragione Andrea: ci va più tempo per elaborare. Qui siamo risucchiati in un vortice di creatività molto intenso, ma al termine dei tre giorni soffriamo una specie di hangover. Dovrebbe essere prevista una tappa di decompressione all’interno dei singoli workshop…

Leonardo: Condivido in pieno. Detto questo, si è trattato di un’esperienza ottima: non è così semplice nel nostro mestiere trovare occasioni di confronto collettivo come questa.

Andrea: Esperienza unica, per quanto mi riguarda. Tanta fatica e tanta intensità non possono che far bene al nostro lavoro.

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Il culto – Parlano gli autori

Umberto Francia e Gianluca Torrente (ai quali si è affiancato Marcello Olivieri in fase di lavorazione) ci parlano dello sviluppo del loro progetto seriale,  “Il culto”.

Come avete lavorato in questi mesi?

Umberto: La grande sfida di questo progetto, fin dall’inizio, è stata quella di raccontare al meglio una grande architettura mitologica. Ci stiamo impegnando per fare in modo che tutto questo si traduca in una forma drammaturgica soddisfacente.

Gianluca: Lavorare sul pitch ci ha aiutato molto per la riscrittura e per capire cosa potevamo raccontare e cosa no. Il nostro tutor, Nicola Lusuardi, ci ha chiesto inizialmente la scaletta di un pilota e in seguito la scaletta dell’intera stagione. Ed è sostanzialmente su questo che ci siamo concentrati in questi mesi.

Come si sta evolvendo “Il culto” rispetto al pitch di dicembre?

U: Da dicembre ad oggi c’è stata una grossa evoluzione. Se magari all’inizio non capivamo bene il senso di questo percorso, poi ci siamo resi conto di quanto tutti i feedback ricevuti fossero estremamente preziosi. E anche il fatto che si sia affiancato uno sceneggiatore esperto come Marcello è stato positivo.

G: Noi speriamo che “Il culto” si stia evolvendo non solo per quanto concerne la scrittura… Lo abbiamo fatto leggere ad un’agenzia USA che si occupa di vendere progetti non americani negli Stati Uniti. Stiamo a vedere che succede…

Qual è il vostro obiettivo di questo secondo workshop?

U: Siamo totalmente proiettati sul soggetto finale. Il nostro obiettivo è risolvere gran parte delle criticità che ancora ci sono e arrivare alla definizione di un concept vendibile. “Il culto” non è una serie facile ma rientra comunque in un genere narrativo, quello horror, che ha un suo pubblico di riferimento.

G: Fin dalla lettura del bando abbiamo cercato di ragionare su qualcosa che fosse prima di tutto un prodotto commercialmente appetibile. Grazie al lavoro che stiamo facendo qui, questo è un traguardo che ci sentiamo di poter raggiungere.

Come giudicate fin qui l’esperienza del FictionLAb?

U: Fantastica. L’approccio del FictionLab è quello che noi auspichiamo per l’industria. Siamo abituati a scrivere fiction pensando tanto al pubblico e poco alle storie. Qui finalmente si dà la precedenza alle storie. E poi FictionLab rappresenta qualcosa che si differenzia molto dallo stagno in cui siamo soliti sguazzare nel nostro ambiente dove c’è poca circolazione delle idee e pochissimo scambio.

G: Questo è un laboratorio dove le idee vengono continuamente messe in discussione. Non c’è competizione ma solo cooperazione e collaborazione attiva. Le critiche ci stanno aiutando ad andare avanti. Lavorare tre giorni qui insieme ad altri professionisti è meglio di mille revisioni da soli.

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Europa – Parlano gli autori

Kristina Svärd e Menotti ci parlano di Europa, opzionato da Panorama Films.

La particolarità di “Europa” è che si tratta di una serie ambientata per metà in Svezia e per metà in Italia. E proprio come i vostri personaggi, voi siete una svedese che vive in Svezia e un italiano che vive in Italia. Curiosità: come vi siete organizzati con il lavoro di scrittura in questi mesi?

Menotti: Naturalmente comunichiamo molto via mail altrimenti sarebbe complicatissimo scrivere insieme. Però vedersi ogni tanto è necessario. Kristina è stata a Roma per più di un mese dopo le vacanze di Natale, e in quell’occasione ci siamo concentrati su una definizione più dettagliata dell’episodio pilota.

Kristina: Non solo. Abbiamo cercato di lavorare anche sui soggetti degli altri episodi, seppure in maniera più sintetica. Sul pilota abbiamo discusso molto, facendo tesoro di tutte le critiche e di tutti i consigli che avevamo ricevuto nel corso del primo workshop di FictionLab, e infatti  è cambiato abbastanza rispetto al pitch di dicembre.

Siete soddisfatti di come Europa si sta evolvendo?

M: Non si è mai soddisfatti al 100% in questo lavoro perché finché si resta nella fase di scrittura può sempre cambiare tutto. Ci si scontra, si discute molto, talvolta si litiga… Ed è giusto che sia così.

K: Se non si litigasse un po’ durante il brain storming sarebbe un problema. Anche se credo che adesso il brain storming “hard” sia concluso. Ora è il momento di mettersi a scrivere sul serio.

Qual è il vostro obiettivo di questo secondo workshop?

M: Chiarirci le idee su alcuni punti della storia che sono ancora oscuri. In questo confidiamo molto nei feedback dei tutor per poter procedere col lavoro in una direzione che sia coerente rispetto a quelle che erano le nostre intenzioni di partenza.

K: Il fatto che ci sia già un’opzione non deve farci pensare che la serie sia cosa fatta. Vorremmo arrivare ad una stesura che convinca noi, prima di tutto, e poi i produttori. Non uso quest’ordine a caso: i primi ad essere convinti devono essere gli scrittori. Se non si è convinti non si è neanche convincenti.

Come giudicate l’esperienza del FictionLab fin qui?

M: Molto positiva. Personalmente mi sono servito delle cose che ho appreso qui per altre esperienze simili alle quali ho partecipato come il workshop intensivo di PugliaExperience. Per uno sceneggiatore potersi confrontare con altri sceneggiatori, oltre che con le varie realtà produttive, è importante: per troppi anni si è sottovalutato questo aspetto del confronto e della condivisione, che è invece basilare.

K: Tanta intensità. Qui sei obbligato a dare il massimo in poco tempo e lavorare in questo modo è molto utile perché ti costringe ad accelerare laddove pensavi di procedere ad un’andatura più lenta e magari a fermarti a riflettere di più su aspetti che credevi consolidati. In fondo il lavoro dello sceneggiatore è questo, e qui al FictionLab lo svolgiamo in pieno.  Poi, naturalmente, siamo consapevoli che, per quanto “Europa” possa evolversi e magari migliorare dal punto di vista della scrittura, arriveremo per forza a un punto in cui non potremo accontentare tutti. E ora come ora siamo nella fase in cui vorremmo accontentare soprattutto noi stessi.

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L’amico mummia – Parlano gli autori

Lorenza Cingoli, Martina Forti e Massimo Bacchini (affiancatosi alle autrici in fase di lavorazione) ci parlano dello sviluppo del loro progetto seriale, “L’amico mummia”.

Come sta andando la vostra collaborazione e come avete gestito l’ingresso di Massimo nel gruppo scrittura?

Martina: Lorenza ed io lavoriamo insieme da tanto tempo, siamo rodate, forse ci conosciamo fin troppo bene e questo a volte può rappresentare un problema. L’ingresso di Massimo è stato fondamentale perché ci ha aiutato a sistematizzare il lavoro rispetto all’ottica della lunga serialità, oltre a darci un punto di vista maschile.

Lorenza: Io avevo lavorato con Massimo tanti anni fa. Quando si è presentata l’esigenza di un affiancamento da parte di uno sceneggiatore più esperto, ho pensato che lui potesse essere la persona adatta.

Massimo, ti senti la persona adatta?

Massimo: Sento il peso di un’enorme responsabilità, spero di non deludere le aspettative…

Come avete lavorato in queste settimane e come si è evoluto il progetto rispetto al pitch di dicembre?

Lorenza: In prima battuta abbiamo lavorato sugli eventi dell’episodio pilota, sentivamo il bisogno di lavorare sulla partenza della storia in maniera più approfondita, entrando nei dettagli. In seconda battuta ci siamo occupati della “mitologia” della serie: un mondo narrativo come quello che abbiamo creato ha bisogno di una definizione estrema, non possiamo lasciare nulla al caso altrimenti si rischia la “caciara”, come dicono a Roma.

Martina: Rispetto al pitch di dicembre la storia si sta evolvendo. Però è strano: ci sono giorni in cui abbiamo la sensazione che stia cambiando molto e altri in cui invece ci sembra che la direzione sia la stessa che Lorenza ed io avevamo preso all’inizio. E questo, in parte, ci conforta.

Lorenza: Pensiamo che certi cambiamenti siano rivelatori di qualcosa che era già lì e magari noi non ce ne eravamo accorte subito… E così abbiamo aggiunto dei personaggi, ne abbiamo “ammazzati” altri, però alla fine l’ossatura è rimasta la stessa.

Massimo: E parlare di ossatura in una storia in cui il co-protagonista è una mummia, è abbastanza appropriato, no? A parte gli scherzi, il materiale era molto ricco fin da subito. Si è trattato principalmente di riordinarlo, dandogli una fisionomia più precisa.

Qual è il vostro obiettivo di questo secondo workshop?

Lorenza: Il plot c’è, lo sentiamo. Credo che abbiamo trovato gli snodi narrativi più importanti. Ora sentiamo il bisogno di lavorare a fondo sui vari personaggi.

Martina: Personalmente a dicembre ero molto preoccupata dallo sviluppo della storia orizzontale, ora sono più tranquilla anche grazie al lavoro che è stato fatto con Massimo. Ovviamente è ancora tutto in divenire. E su molte cose dobbiamo ancora trovare la quadra.

Massimo: Arrivare ad una definizione migliore del soggetto di serie è sicuramente uno degli obiettivi. Stiamo ad esempio ragionando molto anche sul formato. Ci stiamo interrogando se “L’amico mummia” sia più adatto ad un formato da sitcom classica piuttosto che ad un 50′.

Come giudicate fin qui l’esperienza del FictionLab?

Massimo: Il nostro mestiere non è un mestiere facile: insicurezza, discontinuità, lavori che saltano, lavori che non vengono pagati, questo è lo status quo dello sceneggiatore medio. A fronte della frustrazione dovuta a tutti questi fattori, un’esperienza come questa del FictionLab è estremamente positiva e formativa. Ti incontri con persone che parlano la tua stessa lingua, il che non è così scontato.

Martina: Io e Lorenza lavoriamo da tanti anni alla Melevisione e tutto quello che abbiamo imparato lo abbiamo imparato sul campo. Qui ci siamo rese conto che ci sono ancora tante cose che possiamo imparare: prima d’ora non mi ero mai veramente interrogata sul funzionamento della macchina narrativa seriale. Il FictionLab per me è una vera e propria scuola di sceneggiatura.

Lorenza: Confermo e sottoscrivo tutto. Qui si impara e si condivide molto: riuscire a trovare una formalizzazione adeguata di cose che magari sentivamo di aver dentro ma non riuscivamo a dire, è stato utilissimo. Non è stata una passeggiata perché le giornate del FictionLab sono molto intense e spesso ci siamo trovati a riscrivere di notte quello che avevamo scritto di giorno, ma anche questo aiuta a crescere.

 

 

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La quarta generazione – Parlano gli autori

Matteo Berdini e Chiara Laudani (che si è affiancata in fase di lavorazione) ci parlano  dello sviluppo del loro progetto “La quarta generazione”, opzionato da Publispei.

Come avete lavorato in queste settimane e come si sta evolvendo “La quarta generazione” rispetto al pitch di dicembre?

Matteo: Sono state settimane di brain storming molto intenso. Ci siamo concentrati dapprima sulla definizione del plot, lasciando in secondo piano la costruzione dei personaggi sulla quale abbiamo lavorato in un secondo momento.

Chiara: E ci stiamo ancora lavorando.

M.: Sempre, costantemente. “La quarta generazione” è in continuo divenire!

C: Lo sforzo iniziale, dovuto anche al poco tempo che avevamo a disposizione, è stato quello di massimizzare le possibilità e le potenzialità che il progetto di Matteo aveva dentro. L’unica imposizione che abbiamo dato a noi stessi è stata: non dobbiamo avere paura di osare.

Su una storia del genere non osare sarebbe quasi criminale… Come sta andando la collaborazione tra di voi, anche considerando che Chiara è entrata in corsa?

C: Molto bene per quanto mi riguarda. Conosco Matteo da tanti anni e, anche se non avevamo mai lavorato insieme prima d’ora, è stato semplice con lui trovare subito l’andatura giusta. Non è una cosa scontata quando ti trovi a lavorare con persone nuove.

M: Sì, anche per me è stato così, anzi, mi spingo a dire che questo è stato il miglior esperimento di scrittura che ho fatto nella mia vita. Quando il nostro tutor Stefano Sardo mi ha prospettato l’ipotesi di essere affiancato da uno sceneggiatore più esperto che mi desse una mano nello sviluppo, per me è stato naturale fare il nome di Chiara. Lei è più quadrata e strutturata di me, io sono uno più vulcanico, istintivo. Ci compensiamo a vicenda. Sono felice che lei abbia accettato di lavorare con me.

Qual è il vostro obbiettivo di questo secondo workshop?

M: Vorremmo arrivare ad una definizione della struttura il più possibile precisa. Dobbiamo bilanciare meglio ciò che facciamo accadere al protagonista nel presente e nel passato. E poi c’è tutto un lavoro ancora da fare sull’antagonista…

C: Il che comporterà per forza di cose altre ore di brain storming da qui al terzo workshop previsto per aprile, ma è necessario.

La percezione, sentendovi raccontare la vostra storia, è che siate alle prese con del materiale narrativo molto vivo e che questa serie possa avere potenzialità enormi. 

M.: Questa è una cosa che ci fa davvero piacere.  Quello che possiamo aggiungere è che siamo completamente presi da “La quarta generazione”. Il paradosso, poiché di solito accade il contrario, è che più ci stiamo dentro e più riusciamo a mettere a fuoco il quadro generale.

C.: Ci rendiamo conto, mentre la scriviamo, che siamo noi stessi curiosi della nostra stessa serie. Ed è una sensazione bellissima, quando capita di raccontarne anche solo dei brandelli sparsi, sentirsi dire: “E poi? Cosa succede poi?”

Impressioni generali su questa esperienza al FictionLab?

M.: Sono supercontento dell’esperienza. Qui si lavora sulla serie e non intorno alla serie come talvolta accade a noi sceneggiatori quando ci troviamo, ad esempio, a svolgere lavori su commissione… Che vanno benissimo, sia chiaro, ma dove la creatività è spesso sacrificata a logiche che non hanno nulla a che vedere con la narrazione. Qui abbiamo il grande vantaggio di lavorare sul nostro immaginario, non sull’immaginario di qualcun altro. Non è poco.

C.: Qui al FictionLab abbiamo la possibilità di stare concentrati unicamente sulle dinamiche della nostra storia e poterlo fare con il supporto di altri professionisti è fantastico. Direi che questa è un’esperienza più unica che rara.