Archivio mensile:marzo 2015

l'amico mummia

L’amico mummia – Parlano gli autori

Lorenza Cingoli, Martina Forti e Massimo Bacchini (affiancatosi alle autrici in fase di lavorazione) ci parlano dello sviluppo del loro progetto seriale, “L’amico mummia”.

Come sta andando la vostra collaborazione e come avete gestito l’ingresso di Massimo nel gruppo scrittura?

Martina: Lorenza ed io lavoriamo insieme da tanto tempo, siamo rodate, forse ci conosciamo fin troppo bene e questo a volte può rappresentare un problema. L’ingresso di Massimo è stato fondamentale perché ci ha aiutato a sistematizzare il lavoro rispetto all’ottica della lunga serialità, oltre a darci un punto di vista maschile.

Lorenza: Io avevo lavorato con Massimo tanti anni fa. Quando si è presentata l’esigenza di un affiancamento da parte di uno sceneggiatore più esperto, ho pensato che lui potesse essere la persona adatta.

Massimo, ti senti la persona adatta?

Massimo: Sento il peso di un’enorme responsabilità, spero di non deludere le aspettative…

Come avete lavorato in queste settimane e come si è evoluto il progetto rispetto al pitch di dicembre?

Lorenza: In prima battuta abbiamo lavorato sugli eventi dell’episodio pilota, sentivamo il bisogno di lavorare sulla partenza della storia in maniera più approfondita, entrando nei dettagli. In seconda battuta ci siamo occupati della “mitologia” della serie: un mondo narrativo come quello che abbiamo creato ha bisogno di una definizione estrema, non possiamo lasciare nulla al caso altrimenti si rischia la “caciara”, come dicono a Roma.

Martina: Rispetto al pitch di dicembre la storia si sta evolvendo. Però è strano: ci sono giorni in cui abbiamo la sensazione che stia cambiando molto e altri in cui invece ci sembra che la direzione sia la stessa che Lorenza ed io avevamo preso all’inizio. E questo, in parte, ci conforta.

Lorenza: Pensiamo che certi cambiamenti siano rivelatori di qualcosa che era già lì e magari noi non ce ne eravamo accorte subito… E così abbiamo aggiunto dei personaggi, ne abbiamo “ammazzati” altri, però alla fine l’ossatura è rimasta la stessa.

Massimo: E parlare di ossatura in una storia in cui il co-protagonista è una mummia, è abbastanza appropriato, no? A parte gli scherzi, il materiale era molto ricco fin da subito. Si è trattato principalmente di riordinarlo, dandogli una fisionomia più precisa.

Qual è il vostro obiettivo di questo secondo workshop?

Lorenza: Il plot c’è, lo sentiamo. Credo che abbiamo trovato gli snodi narrativi più importanti. Ora sentiamo il bisogno di lavorare a fondo sui vari personaggi.

Martina: Personalmente a dicembre ero molto preoccupata dallo sviluppo della storia orizzontale, ora sono più tranquilla anche grazie al lavoro che è stato fatto con Massimo. Ovviamente è ancora tutto in divenire. E su molte cose dobbiamo ancora trovare la quadra.

Massimo: Arrivare ad una definizione migliore del soggetto di serie è sicuramente uno degli obiettivi. Stiamo ad esempio ragionando molto anche sul formato. Ci stiamo interrogando se “L’amico mummia” sia più adatto ad un formato da sitcom classica piuttosto che ad un 50′.

Come giudicate fin qui l’esperienza del FictionLab?

Massimo: Il nostro mestiere non è un mestiere facile: insicurezza, discontinuità, lavori che saltano, lavori che non vengono pagati, questo è lo status quo dello sceneggiatore medio. A fronte della frustrazione dovuta a tutti questi fattori, un’esperienza come questa del FictionLab è estremamente positiva e formativa. Ti incontri con persone che parlano la tua stessa lingua, il che non è così scontato.

Martina: Io e Lorenza lavoriamo da tanti anni alla Melevisione e tutto quello che abbiamo imparato lo abbiamo imparato sul campo. Qui ci siamo rese conto che ci sono ancora tante cose che possiamo imparare: prima d’ora non mi ero mai veramente interrogata sul funzionamento della macchina narrativa seriale. Il FictionLab per me è una vera e propria scuola di sceneggiatura.

Lorenza: Confermo e sottoscrivo tutto. Qui si impara e si condivide molto: riuscire a trovare una formalizzazione adeguata di cose che magari sentivamo di aver dentro ma non riuscivamo a dire, è stato utilissimo. Non è stata una passeggiata perché le giornate del FictionLab sono molto intense e spesso ci siamo trovati a riscrivere di notte quello che avevamo scritto di giorno, ma anche questo aiuta a crescere.

 

 

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La quarta generazione – Parlano gli autori

Matteo Berdini e Chiara Laudani (che si è affiancata in fase di lavorazione) ci parlano  dello sviluppo del loro progetto “La quarta generazione”, opzionato da Publispei.

Come avete lavorato in queste settimane e come si sta evolvendo “La quarta generazione” rispetto al pitch di dicembre?

Matteo: Sono state settimane di brain storming molto intenso. Ci siamo concentrati dapprima sulla definizione del plot, lasciando in secondo piano la costruzione dei personaggi sulla quale abbiamo lavorato in un secondo momento.

Chiara: E ci stiamo ancora lavorando.

M.: Sempre, costantemente. “La quarta generazione” è in continuo divenire!

C: Lo sforzo iniziale, dovuto anche al poco tempo che avevamo a disposizione, è stato quello di massimizzare le possibilità e le potenzialità che il progetto di Matteo aveva dentro. L’unica imposizione che abbiamo dato a noi stessi è stata: non dobbiamo avere paura di osare.

Su una storia del genere non osare sarebbe quasi criminale… Come sta andando la collaborazione tra di voi, anche considerando che Chiara è entrata in corsa?

C: Molto bene per quanto mi riguarda. Conosco Matteo da tanti anni e, anche se non avevamo mai lavorato insieme prima d’ora, è stato semplice con lui trovare subito l’andatura giusta. Non è una cosa scontata quando ti trovi a lavorare con persone nuove.

M: Sì, anche per me è stato così, anzi, mi spingo a dire che questo è stato il miglior esperimento di scrittura che ho fatto nella mia vita. Quando il nostro tutor Stefano Sardo mi ha prospettato l’ipotesi di essere affiancato da uno sceneggiatore più esperto che mi desse una mano nello sviluppo, per me è stato naturale fare il nome di Chiara. Lei è più quadrata e strutturata di me, io sono uno più vulcanico, istintivo. Ci compensiamo a vicenda. Sono felice che lei abbia accettato di lavorare con me.

Qual è il vostro obbiettivo di questo secondo workshop?

M: Vorremmo arrivare ad una definizione della struttura il più possibile precisa. Dobbiamo bilanciare meglio ciò che facciamo accadere al protagonista nel presente e nel passato. E poi c’è tutto un lavoro ancora da fare sull’antagonista…

C: Il che comporterà per forza di cose altre ore di brain storming da qui al terzo workshop previsto per aprile, ma è necessario.

La percezione, sentendovi raccontare la vostra storia, è che siate alle prese con del materiale narrativo molto vivo e che questa serie possa avere potenzialità enormi. 

M.: Questa è una cosa che ci fa davvero piacere.  Quello che possiamo aggiungere è che siamo completamente presi da “La quarta generazione”. Il paradosso, poiché di solito accade il contrario, è che più ci stiamo dentro e più riusciamo a mettere a fuoco il quadro generale.

C.: Ci rendiamo conto, mentre la scriviamo, che siamo noi stessi curiosi della nostra stessa serie. Ed è una sensazione bellissima, quando capita di raccontarne anche solo dei brandelli sparsi, sentirsi dire: “E poi? Cosa succede poi?”

Impressioni generali su questa esperienza al FictionLab?

M.: Sono supercontento dell’esperienza. Qui si lavora sulla serie e non intorno alla serie come talvolta accade a noi sceneggiatori quando ci troviamo, ad esempio, a svolgere lavori su commissione… Che vanno benissimo, sia chiaro, ma dove la creatività è spesso sacrificata a logiche che non hanno nulla a che vedere con la narrazione. Qui abbiamo il grande vantaggio di lavorare sul nostro immaginario, non sull’immaginario di qualcun altro. Non è poco.

C.: Qui al FictionLab abbiamo la possibilità di stare concentrati unicamente sulle dinamiche della nostra storia e poterlo fare con il supporto di altri professionisti è fantastico. Direi che questa è un’esperienza più unica che rara.