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Poteri forti

In Italia la disciplina più popolare è la dietrologia. Nel mare indiscriminato di informazioni disponibili al giorno d’oggi, i dietrologi e i complottisti sguazzano felici! E il bersaglio di quanti vedono “manine” dietro a qualsiasi fatto o avvenimento sono quasi sempre i “Poteri forti”. Evocati quando c’è un’indagine scomoda che tocca qualcuno, tirati in ballo quando non si riesce a risolvere un mistero… Non c’è politico, giornalista o uomo della strada che almeno una volta non abbia evocato i mitici, fantomatici, misteriosamente ambigui… Poteri forti!

Desideroso di smascherare questi maledetti Poteri forti, un manipolo di bloggers squinternati, lavora alacremente nella bislacca redazione di un giornale on line, intento a smascherare bufale e complotti provenienti dal mondo del web, finché un giorno, un complotto tutt’altro che inventato li trascina in un vortice di avventure esilaranti…

“Poteri forti” è un progetto seriale di Paolo Borraccetti con la collaborazione di Gianluca Bernardini.

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Ragazze di confine

In Friuli Venezia Giulia, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, s’impone un Governo Militare Alleato angloamericano. Trieste affronta in questi anni una situazione unica nel suo genere: è divisa in zona A, in mano agli alleati, e Zona B, ancora sotto il governo jugoslavo. Tutti vogliono la città: gli italiani, gli sloveni, i triestini, i comunisti della Venezia Giulia e i comunisti di Tito. Per gestire questa condizione, il Governo Militare Alleato si dota di un organo di difesa: la Venezia Giulia Police Force o, in italiano, Polizia Civile. Per la prima volta in Europa, la Polizia Civile comprende un corpo femminile. Le prime ragazze ammesse nel nuovo corpo di Polizia sono 26. Vengono chiamate le triestine.

Viola assomiglia alla sua città: diffidente, contesa, scissa. Come Trieste deve stabilire con certezza i propri confini, così Viola deve imparare ad accettare i propri limiti; come Trieste è segnata dalle cicatrici della guerra, così in Viola è ancora aperta la ferita del suo passato. Diventare una poliziotta è stato il primo passo sul cammino dell’espiazione. La colpa che vuole cancellare risale ad un lontano pomeriggio di molti anni prima in cui assistette inerme allo stupro e all’omicidio della sua migliore amica.

Il caso che è chiamata a risolvere, una serie di omicidi apparentemente scollegati che invece rivelano di avere un tratto comune nelle atrocità perpetrate nella Risiera di San Sabba (il lager nazista di Trieste), è una catabasi che la costringe ad affrontare i suoi demoni fino a capire che solo dominandoli potrà cancellare il proprio senso di colpa.

“Ragazze di confine” è un progetto seriale di Benedetta Gallo, Lara Prando e Raffaella Persichella.

41 bis

41 bis

Nelle carceri italiane ci sono cento morti in media ogni anno, decine di suicidi, un sovraffollamento che in Europa è secondo solo a quello della Serbia. Lo strapotere delle organizzazioni mafiose all’interno delle strutture e i tagli al bilancio dell’amministrazione penitenziaria peggiorano la situazione. La Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte condannato l’Italia per il trattamento inumano inflitto agli ospiti delle strutture carcerarie.

Diego finisce dentro, accusato ingiustamente dell’omicidio di sua madre. Fuori studiava per diventare avvocato. In carcere trova un mondo con regole proprie. Ci sono i calabresi, che gestiscono il traffico di droga, ci sono i siciliani affiliati a Cosa Nostra, e poi i camorristi, gli slavi, gli indi e infine i cani randagi, quelli che un gruppo non ce l’hanno e lavorano per chi gli conviene. Ma nel padiglione del 41 bis c’è anche un’oscura presenza, un uomo che da solo governa le sorti di quel mondo e che conosce Diego molto bene. O meglio: lo ha visto venire al mondo e poi ne ha perso le tracce. E’ suo padre.

Ed è così che Diego scopre di non essere lì per caso. Nemmeno l’omicidio di sua madre è stato un caso. Lì, nelle segrete dell’inferno, c’è un sovrano che pretende il suo erede al trono.

“41 bis” è un progetto seriale di Ivano Fachin e Sofia Bruschetta.

Arianna meccanica

Arianna meccanica

Mio padre mi ha spenta.

Presente l’I-Phone? Spenta. Mi ha messo due dita sulle tempie, ha detto qualcosa che non ho capito e BAM, sono crollata. Ora sento e vedo tutto ma non posso muovermi. O parlare. Non che voglia fare grandi discorsi ma anche un urlo isterico potrebbe andare. Mi fa: “Ti spiegherò tutto”. Poi mi ha messo nel bagagliaio di una macchina. Ottimo. Parla con il suo collega, il padre di Rebecca. Gli dice: “E’ solo per un paio di giorni. Quelli non sanno niente. Stanno cercando un programma non una persona”. Il tizio mi guarda e dice: “Questa non è una persona”.

Aspettate un attimo. Ho 14 anni. Mi chiamo Arianna. Mi sono appena trasferita a Torino. Ho le tette piccole e il culone. Io sono una persona! Magari non la più semplice, ma, oh, sono un’adolescente orfana di madre che per tutta la vita ha cambiato case, nazioni e continenti a cadenza regolare. Sono il sogno di ogni analista. Se non fosse per un piccolo particolare. Un piccolo particolare che prima non conoscevo e a cui ancora faccio fatica a credere: sono un robot. Mi hanno programmato per sentirmi umana, ma non sono umana. Sono solo una stringa di codice, interlacciata a un ginosoma a base di carbonio. Ma allora perché io mi sento così simile agli umani?

“Arianna meccanica” è un progetto seriale di Giacomo Bisanti e Matteo Visconti.

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Revival – Giambattista Avellino

Ciao Giambattista, prima di tutto una domanda a bruciapelo: nostalgia per il FictionLab?

La nostalgia è un sentimento che non mi piace. Direi che il mio rapporto con il FictioLab è più quello del tossico che vuole ancora la “robba”… Scherzo, ma fino a un certo punto; è stata un’esperienza molto intensa e coinvolgente, dal punto di vista del lavoro ma anche umano. È stato un po’ come viaggiare nello spazio (da noi rarissime, in altri paesi sono prassi conosciute) o nel tempo (in futuro dovranno essere diffuse e comuni anche da noi). Insomma, non voglio sviolinare ancora ma penso che oltre all’oggetto del FictionLab  – la serie tv – è un’esperienza di punta anche il processo attraverso cui si lavora, adeguato almeno nelle intenzioni a quello che il mercato audiovisivo internazionale richiede in termini di immaginazione e sviluppo di un progetto.

E’ trascorso quasi un anno dall’ultima volta che ci siamo visti, era luglio 2015, e “Salgemma” si aggiudicava il Premio della giuria Sky. Come sta procedendo lo sviluppo? Quando vedremo Salgemma in tv?

L’ultima è una domanda crudele: non so prevederlo, dipende da troppi fattori, ma come è normale per un serial. Ci sono stati degli stop and go dovuti a motivi esterni al progetto. Sullo sviluppo siamo arrivati a una forte riconcettualizzazione di Salgemma. L’esigenza di Sky è quella di rendere la serie più vicina ancora alla linea editoriale, al loro benchmark. In altri ambiti questo può significare la mortificazione o lo snaturamento di un concept; invece nel mio caso ha significato alzare ulteriormente l’asticella, essere ancora più ambiziosi: ho cambiato il contesto, uno dei temi e molto del plot, senza per questo perdere identità e coerenza, capendo ancor di più quanto Salgemma sia una serie character oriented (è formidabile scoprire nuovi aspetti esplorando il proprio materiale narrativo).

Che ne pensi dell’edizione di quest’anno? La stai seguendo? C’è qualche progetto che ti stuzzica e vedresti volentieri realizzato?

Certo che la seguo. Sono stato ai pitch di Roma, ho letto i concept, eccetera, per curiosità e interesse genuini. Mi piacerebbe che il FictionLab diventi il luogo in cui misurarsi con lo stato dell’arte, la frontiera dell’immaginazione seriale italiana – magari anche con iniziative parallele al lavoro di sviluppo del Lab, tipo incontri, dibattiti, ecc.; dove anche chi ha una collocazione nel mercato e non solo i giovani sfidi le proprie capacità, si confronti e superi i limiti. Ma per la crescita del FictionLab è decisivo che qualcuna delle serie venga realizzata. Quanto ai progetti, li ho trovati tutti stimolanti e inediti per il panorama italiano. Se proprio sono obbligato a citarne solo alcuni: Arianna meccanica, 41bis, INRI, Lombroso.

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Revival – Umberto Francia

E’ la volta di Umberto Francia che ha scritto con Gianluca Torrente, e la collaborazione di Marcello Olivieri, la serie horror-fantasy “Il culto”.

Ciao Umberto, prima di tutto una domanda a bruciapelo: nostalgia per il FictionLab?

Mi sento orfano. Anche se con quasi tutti i partecipanti ed i tutor abbiamo continuato a vederci, sia per bere qualcosa insieme che per ragioni professionali. Quando ripenso all’esperienza dello scorso anno mi viene in mente un aggettivo: totalizzante. È stato davvero bello e formativo, ho solo bei ricordi. A parte l’ansia da prestazione, intendo, soprattutto per i pitch. Ma mi ha preparato alla sessione di pitch tipo speed date che ho affrontato al Roma Web Fest, dieci tavoli per dieci produttori, sette minuti ciascuno, a cronometro. Senza il FictionLab sarebbe stato un disastro.

E’ trascorso quasi un anno dall’ultima volta che ci siamo visti, era luglio 2015, e “Il culto” si aggiudicava il Premio APT ex aequo con “L’amico mummia”. Come sta procedendo lo sviluppo?

Come immaginavamo è un’operazione impegnativa. Il nostro soggetto richiede una scommessa alta, di quelle che però se le azzecchi ti premiano a livello internazionale. Abbiamo trattato con un produttore italiano per qualche mese, ma al momento consideriamo conclusa quella collaborazione. Nel frattempo abbiamo avuto un incontro interessante con Fox International. Inoltre il nostro agente americano, Elsewhere Works, sta proponendo Il Culto ai suoi contatti. Ora riprenderemo a sondare i produttori italiani perché siamo convinti che il nostro progetto possa rispondere alle esigenze di un mercato che deve confrontarsi sempre di più con quello internazionale. Non esiste una serie tv di livello ispirata all’opera di H.P. Lovecraft e questo a mio modo di vedere è davvero incredibile. Se solo pensiamo a quanto ha influenzato l’opera di tanti sceneggiatori di successo, non ultimo il grande Alan Moore.

Che ne pensi dell’edizione di quest’anno? La stai seguendo? C’è qualche progetto che ti stuzzica e vedresti volentieri realizzato?

Certo che la sto seguendo! Conosco almeno la metà dei partecipanti e non vedo l’ora di conoscere l’altra metà. Seguo con interesse tutti gli aggiornamenti ed ero tra il pubblico ai pitch di Roma. Mi sembra che in linea di principio questa annata sia più con i piedi per terra, l’elemento fantastico/sci-fi è ridotto all’osso. Vorrei capire se è stata una scelta cosciente della commissione o se semplicemente i progetti migliori non erano di questo genere. Un aspetto che ho sempre apprezzato del FictionLab è il tentativo di sprovincializzare la televisione italiana anche uscendo dai generi canonici. Non vi siete arresi, vero? Ovviamente il progetto che è più nelle mie corde è Lombroso, chi conosce Il Culto sa quante assonanze possano avere le due serie. Gli altri soggetti li trovo quasi tutti interessanti, dovendo però scegliere sono molto intrigato da INRI per l’attualità declinata con intelligenza e apertura al genere, 41bis perché un bel drama carcerario in Italia potrebbe funzionare bene e Arianna Meccanica, perché l’idea di un Super Vickie meets Ugly Betty mi piace molto.

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Revival – Lorenza Cingoli e Martina Forti

Inauguriamo la rubrica Revival: gli sceneggiatori finalisti della prima edizione del FictionLab tornano su queste pagine e dicono la loro. Per cominciare abbiamo intervistato Lorenza Cingoli e Martina Forti, autrici, insieme a Massimo Bacchini, di L’amico mummia.

Ciao Lorenza, ciao Martina, prima di tutto una domanda a bruciapelo: nostalgia per il FictionLab?

Abbiamo moltissima nostalgia! Quello di FictionLab è stato un anno di lavoro intenso. Abbiamo messo in circolo tante energie, tra di noi prima di tutto, ma anche con i tutor e i compagni di strada. Avere avuto qualcuno che lavorava con noi passo passo è stato di grande aiuto. Si sono anche create delle amicizie, una rete di relazioni utilissima per il confronto e lo scambio.
Per noi che veniamo dal lavoro di autrici televisive e per di più per l’infanzia, FictionLab ha significato conoscere e capire percorsi diversi. In passato abbiamo imparato molto sul campo ma poco nelle scuole. Intendiamoci: nella scrittura per ragazzi esistono comunque dei vincoli, però ci si muove in un universo molto libero dal punto di vista creativo. I paletti sono più che altro dati dal linguaggio e dai profili di personaggi, netti, mai troppo ambigui, o buoni o cattivi. Entrando a contatto con la lunga serialità e soprattutto con puntate non autoconclusive, è stato interessante vedere il metodo seguito dai tutor con i loro studenti e seguire l’impostazione del lavoro per fasi molto ben delineate. A volte ci siamo anche stupite di questo sistema così preciso, ci sembrava quasi troppo vincolante. Entrarci dentro, adattarci, capirlo, è stata una sfida. Vinta speriamo.

E’ trascorso quasi un anno dall’ultima volta che ci siamo visti, era luglio 2015, e “L’amico mummia” si aggiudicava il Premio APT ex aequo con “Il culto”. Come sta procedendo lo sviluppo? Quando lo vedremo in tv?

“L’amico mummia” ha avuto l’opzione di un produttore (Paypermoon n.d.r.) che si è appassionato al progetto e che ha un partner francese molto entusiasta. La serie è stata proposta alla Rai, che ci aveva anche dato una “menzione speciale”, ma in questo momento di cambi di nomine e di incertezza sul futuro, il percorso è un po’ fermo. E poi c’è il problema del target. Noi e anche il produttore abbiamo sempre pensato che “L’amico mummia” fosse adatto a un pubblico family, ma il fatto di avere due adolescenti come protagonisti lo fa identificare con un pubblico teen/young adults. In Italia su questo target la produzione è quasi inesistente. In questo periodo di percorso un po’ faticoso è stato bello scoprire di avere ancora al nostro fianco Fictionlab e la Film Commission. Ultimamente la Film Commission ha preso contatti con il Museo Egizio per sondare la possibilità di girare nelle loro sale in caso la serie venga prodotta. A sentire parlare di orari per le riprese, spazi e compatibilità, sembrava già di vederla viva, la Mummia.

Che ne pensate dell’edizione di quest’anno? La state seguendo? C’è qualche progetto che vi stuzzica e vedreste volentieri realizzato?

Quest’anno Fictionlab ci sembra più maturo. Probabilmente la sperimentazione della prima edizione è servita anche ai tutor. I progetti sembrano molto ben strutturati. Forse lo scorso anno c’era più varietà di argomenti. Ai Pitch gli sceneggiatori apparivano tutti molto sicuri di sé. E magari lo erano davvero. Un soggetto che ci ha fatto molto piacere leggere è “Arianna Meccanica”. Ha punti in comune con “L’amico Mummia”. Speriamo che vengano scritti sempre più soggetti rivolti a ragazzi e soprattutto che la produzione italiana si accorga dell’importanza del target young adults. Se ci saranno tanti progetti, i produttori si dovranno rendere conto che questo è campo in grande espansione. All’estero se ne sono accorti da tempo.

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Bacio sì, bacio no

“U.R.S.T. It’s the engine that makes television run.” Lo ha detto una volta Michael Weatherly, commentando la serie NCIS di cui è stato co-protagonista per 13 stagioni.

U.R.S.T. è l’acronimo di UnResolved Sexual Tension, tensione sessuale irrisolta, termine tecnico che sta ad indicare quando in una serie tv due personaggi fortemente attratti l’uno dall’altro possono andare avanti intere stagioni senza mai baciarsi.

Che tortura, vero?

A volte è sufficiente il pilot per capire che quei due sono fatti per stare insieme eppure… Niente. Nonostante per il pubblico quella attrazione sia dichiarata, i personaggi non lo capiscono. O sembrano non capirlo. Può anche capitare che siano estremamente consapevoli ma frenati dalle possibili conseguenze che quel sentimento, una volta diventato esplicito, potrebbe avere nel loro ambiente di lavoro o nella loro vita. Talvolta il loro rapporto diventa uno snervante tira e molla.

Intendiamoci, in un certo tipo di storie, non c’è niente di meglio di un bel tira e molla sentimentale. Ovviamente bisogna saperlo dosare con maestria, come fa un bravo cuoco con gli ingredienti. Attenzione però: se è vero che l’URST funziona sempre, è anche vero che il suo utilizzo può essere molto rischioso. Lo sceneggiatore, a un certo punto, potrebbe anche domandarsi: “E se li facessimo baciare? In fondo siamo già al quinto episodio…”

Ecco, 9 volte su 10, quel bacio ucciderà la serie! O quanto meno non permetterà ai personaggi di vivere le loro vite come se nulla fosse accaduto.

Detto in un claim volutamente arrapante: dopo quel bacio nulla sarà più come prima!

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Pool!

Un’adolescente cicciona e brufolosa un bel giorno scopre di essere un robot e la sua vita diventa, se possibile, ancora più complicata; un ragazzo innocente, condannato all’inferno delle carceri italiane, si trova nel bel mezzo di una faida, e capisce di non essere lì per caso; una giovane donna appartenente al primo corpo di polizia femminile italiana indaga su efferati delitti nella Trieste del dopoguerra; nella bislacca redazione di un giornale on line, un manipolo di blogger squinternati è intento a smascherare bufale e finti complotti del web, finché un complotto tutt’altro che finto li trascina in un vortice di avventure esilaranti; un poliziotto dall’incrollabile fede cattolica si mette sulle tracce di un serial killer che uccide giovani musulmani crocifiggendoli per le strade di Roma; una ragazza cinica, superficiale e un po’ zoccola finisce a scontare una pena detentiva in una comunità di malati mentali; un direttore sportivo senza scrupoli torna a immergersi nel fango del mondo del calcio per prendersi una rivincita personale; una famiglia di squatter fascisti e una di rifugiati somali si ritrovano a dividere lo stesso appartamento; il fondatore della moderna criminologia, Cesare Lombroso, indaga su delitti di stampo soprannaturale nella Torino di fine ‘800.

Arianna meccanica di Giacomo Bisanti e Matteo Visconti; 41 Bis di Sofia Bruschetta e Ivano Fachin; Ragazze di vita di Benedetta Gallo, Raffaella Persichella e Lara Prando; Poteri forti di Paolo Borraccetti; INRI di Elena Donadon; L’educazione di Irene di Matteo Carlomagno e Lorenzo Colonna; La rete di Mirko Cetrangolo e Stefano Di Santi; Toxicity di Matteo Berdini e Ulrik Brüel Gerber; Lombroso di Luca Pedretti e Giustino Pennino con la collaborazione di Davide Orsini.

Sono questi i 9 progetti seriali che passano il turno e accedono alla seconda fase del FictionLab che si terrà a Torino l’8, il 9 e il 10 aprile.

In bocca al lupo a tutti!

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Verticale/Orizzontale

Parlando di serie tv non possiamo non parlare di verticalità e orizzontalità. Termini utilizzatissimi tra gli addetti ai lavori, un po’ meno tra i semplici fruitori. Ma cosa si intende per “verticale” e “orizzontale”?

C’era un tempo in cui al concetto stesso di serie tv (o di telefilm, come le chiamavamo qui)  veniva istintivamente associato il concetto di “verticalità”. Le storie, cioè, iniziavano e terminavano all’interno del singolo episodio. Pensiamo a titoli ormai preistorici come Hazzard, Simon & Simon, Supercar, Murder she wrote (La signora in giallo), A-Team, Walker Texas Ranger… La maggior parte delle serie degli anni ’70, ’80 e ’90 prevedevano una trama di questo tipo che vedeva un caso esaminato dai nostri protagonisti e risolto nel giro di 42 minuti. Law and Order su questo schema ci ha basato 15 stagioni!

Una grande serie verticale, rivoluzionaria per molti aspetti inerenti alla scrittura di genere, era Columbo (Colombo). Più recenti, ma sempre prettamente verticali, sono ad esempio serie come CSI, Dr. House – Medical Division o Dr. Who. Curioso il caso della nuova miniserie  X-Files che nell’anno di grazia 2016 riprende prepotentemente gli stilemi della serie divenuta celebre tra il 1993 e il 2002, affidandosi ad una anacronistica e straniante verticalità.

La “trama orizzontale” seriale si estende per diversi episodi o addirittura per tutta la stagione. Volendo fare un esempio di serie celebri, potremmo dire che The Walking Dead o Lost hanno un forte andamento orizzontale. Così come orizzontali sono True detective, Bloodline, Fargo, House of Cards o, per citare qualche serie britannica recente, Happy valley Broadchurch.

La verticalità pura ormai non esiste quasi più: si tratta di un linguaggio per certi versi desueto. Ma attenzione: anche l’orizzontalità pura non è da considerarsi una semplice soluzione per chi scrive. Le serie tv, col passare del tempo, si stanno complicando sempre più e le sceneggiature spesso non prevedono esclusivamente una trama orizzontale o una trama verticale: talvolta gli episodi prevedono sia un “caso giornaliero”, che si esaurisce all’interno dell’episodio, sia una storia latente, che viene prolungata per l’intera stagione.

Possiamo dire che le serie tv contemporanee sono a “prevalente trama orizzontale” oppure a “prevalente trama verticale”.

In Italia possiamo citare il caso di Non uccidere come esempio di connubio tra linea verticale e linea orizzontale, dove il verticale ha ancora una certa preponderanza. Oppure Gomorra, dove invece l’orizzontalità ha un peso specifico maggiore.

Questa fusione di metodi e il relativo peso da affidare ad un modello piuttosto che a un altro, è una scelta che ogni sceneggiatore compie in fase di definizione e sviluppo del suo progetto; una scelta che in certi casi può determinarne, se non il successo (che è un fatto perlopiù aleatorio), almeno la maggiore o minore efficacia narrativa.